Covid-19, le priorità per chi lavora all’estero: salute, benessere e famiglia

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Covid-19, le priorità per chi lavora all’estero: salute, benessere e famiglia.

L’impatto del Covid-19 sulla vita di coloro che lavorano all’estero ha determinato un cambiamento di valori: infatti il 62% sostiene di aver cambiato i programmi per il futuro a seguito della pandemia. Di questo 62%, il 53% dichiara di dare adesso un’importanza maggiore a salute e benessere e il 48% conferma che la famiglia ha una maggiore priorità adesso, rispetto a quanta ne avesse prima del Covid-19. La maggior parte (73%) dice che la salute e il benessere della famiglia sono determinanti nel decidere se rimanere all’estero o ritornare nel Paese d’origine. Tutto questo emerge dalla recente ricerca condotta da Ipsos MRBI, su commissione di Allianz Care, il marchio di assicurazioni sanitarie internazionali di Allianz Partners.

In merito alle ragioni che in principio hanno spinto gli intervistati a trasferirsi all’estero, quasi la metà (49%) dichiara che il tornaconto finanziario è stato la ragione principale, insieme alla ricerca di una migliore qualità di vita, comprensiva di un migliore accesso a cure mediche e benessere. Il 46% si è trasferito all’estero per ragioni di sviluppo personale, mentre il 40% lo ha fatto per ottenere un migliore equilibrio tra vita professionale e vita privata.

La ricerca ha preso in considerazione persone che, pur essendo nate e cresciute in diversi Paesi d’origine, adesso vivono e lavorano nel Regno Unito, Francia, Canada, Emirati Arabi Uniti e Singapore. La ricerca esplora l’impatto che il Covid-19 ha avuto su di loro e sulle loro famiglie, la percezione che adesso hanno di se stessi come “espatriati” e i problemi che adesso si ritrovano ad affrontare.

Il 71% degli intervistati si è trasferito all’estero con la famiglia. Inoltre, il 51% degli intervistati ha figli che vivono con loro all’estero. I risultati della ricerca sono ampiamente positivi, dal momento che il 65% degli intervistati ammette che vivere all’estero ha finora avuto un impatto positivo in generale sulla salute della famiglia. Il 22% sostiene di avere ottenuto questo risultato dal momento che all’estero ha potuto accedere a una migliore qualità di vita, mentre il 21% dice che il risultato è dovuto alla capacità di accedere a migliori servizi di cure mediche e di benessere.

Per quanto riguarda la decisione di rimanere all’estero o ritornare nel Paese d’origine, la necessità di avere un buon equilibrio tra vita professionale e vita privata risulta essere l’elemento più preso in considerazione, così come indicato dal 70% degli intervistati, di cui il 60% dichiara che per il momento ha un migliore equilibrio tra vita professionale e vita privata lì dove vive all’estero di quanto ne avesse nel Paese d’origine. La percentuale sale al 72% se si considerano solo gli intervistati che vivono in Canada e al 71% se si considerano solo quelli che vivono negli Emirati Arabi Uniti; scende invece al 26% se si considerano solo quelli che vivono a Singapore.

Mentre la maggior parte degli intervistati sostiene che all’estero ha accesso a migliori cure mediche, sistema sanitario e servizi, con ottime ripercussioni sulla loro forma fisica e salute, la ricerca evidenzia delle differenze a livello regionale. Mentre il 72% dei residenti a Singapore, il 67% dei residenti negli Emirati Arabi, il 62% dei residenti in Francia e il 58% dei residenti in Canada trovano che i servizi disponibili in loco sono migliori di quelli a cui avevano accesso nel Paese d’origine, il 23% di coloro che vivono nel Regno Unito dichiarano di trovare la qualità dei servizi per la salute e il benessere molto inferiore a quella disponibile nel loro Paese d’origine.

Da espatriati a cittadini del mondo

Mentre nel 2020 il termine “espatriato” rimane il più usato per autodefinirsi dalle persone che vivono e lavorano all’estero, si nota ora un significativo cambio di tendenza a seconda del Paese. Altri termini iniziano ad emergere, come “cittadino del mondo”, “immigrato” o “lavoratore internazionale”.

Negli Emirati Arabi Uniti, un’area in cui tradizionalmente vivono molti “espatriati”, il termine viene ancora usato ampiamente da più dei tre quarti degli intervistati (76%). La percentuale invece scende al 35% se si considerano solo coloro che lavorano a Singapore, al 24% se si considera solo il Regno Unito, al 23% se si considera solo la Francia e persino all’11% per il Canada. In questi Paesi, il termine “cittadino del mondo” è più usato, con il 48% nel Regno Unito, il 33% in Francia, il 29% in Singapore e il 26% in Canada.

Intervistata sull’argomento di questa ricerca, Paula Covey, Direttrice generale dell’area Marketing per la sezione assicurazioni sanitarie di Allianz Partners ha commentato:“Il 2020 è stato un anno che ha cambiato la vita di molte persone in tutto il mondo, a causa della pandemia di Covid-19. Ci sono stati imposti all’improvviso, nostro malgrado, dei cambiamenti drastici del nostro stile di vita. Conseguentemente abbiamo dovuto ripensare a come stiamo vivendo e abbiamo dovuto rivalutare cosa è davvero importante per noi. Ovviamente lo stesso si applica alla comunità di espatriati nel mondo. Non sorprende che ci sia un maggiore valore attribuito alla salute e alla famiglia nella classifica delle priorità”.

“Stiamo anche assistendo a un cambiamento dei programmi per il futuro degli espatriati. In passato, il lavoro all’estero degli espatriati tendeva ad essere pagato molto bene e a essere prefissato per un periodo di tempo breve e determinato: però la nostra ricerca ha dimostrato che la comunità degli espatriati sta iniziando a fare programmi per rimanere all’estero per periodi molto più lunghi. Il 76% degli intervistati ha detto di aver cambiato lavoro nel Paese estero da quando ci si è trasferito; il 59% ha comprato casa nel Paese straniero e il 58% conferma di avere l’intenzione di rimanere all’estero a lungo. È una tendenza interessante da prendere in considerazione da parte dei datori di lavoro, i quali iniziano a rimpiazzare la mossa di inviare dipendenti all’estero per lavoro con quella di assumere personale direttamente all’estero.”

“La ricerca è estremamente utile ad Allianz Care per comprendere i problemi affrontati dalla comunità internazionale degli espatriati in questo mondo post-Covid. I risultati della ricerca ci aiutano a capire come possiamo essere d’aiuto per quanto riguarda i servizi che offriamo. Non è affatto sorprendente che la distanza da amici e parenti sia ancora citata dal 47% di coloro che vivono all’estero come la sfida più grande da affrontare, seguita al 39% dalle differenze climatiche e al 33% dalle differenze culturali. Certamente noi non possiamo cambiare il clima, ma possiamo lanciare dei servizi di supporto e assistenza per la salute mentale per i nostri assicurati che affrontano problemi relativi al sentirsi soli nel Paese straniero in cui vivono, senza il sostegno degli amici e della famiglia, o che fanno fatica ad acclimatarsi nella nuova società. Possiamo inoltre fornire assistenza per coloro che pensano di sistemarsi in un nuovo Paese di residenza, informandoli su che tipo di differenze culturali devono aspettarsi a seconda del Paese del caso. Ascoltiamo cosa hanno da dire i nostri clienti perché così possiamo essere sicuri di adattare costantemente i servizi che offriamo alle loro esigenze, man mano che queste cambiano con il tempo. La pandemia ci ha anche dimostrato che tali cambiamenti di esigenze possono avvenire molto velocemente e all’improvviso.”

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