Il rischio reputazionale

rischio reputazionale

Il rischio reputazionale.

“La fiducia è una cosa seria e si dà alle cose serie” era lo slogan di successo di una pubblicità degli anni 70.

Dopo 50 anni, sono cambiati contesti, modalità e strumenti; la terminologia si è evoluta: parliamo di credibilità, affidabilità, immagine e reputazione, ma la sostanza rimane la stessa.

Anzi, si è ulteriormente rafforzata, proiettata su uno scenario figlio della globalizzazione dei mercati, dove il vecchio concetto di “fiducia” ha perso ogni connotato romantico per entrare in una dimensione economico finanziaria ben precisa ed esempi recenti, quali Volkswagen 2015 o Dolce & Gabbana 2018, con le loro pesanti perdite, sono lì a dimostrarlo.

Oggi il valore “reputazione” entra a buon diritto nel più ampio concetto di ESG (Environmental, Social & Governance) con impatto su tutti gli stakeholders di un’azienda: non serve più soltanto a convincere i clienti, innamorati di un brand, a pagare un premium price, ma anche ad attrarre giovani talenti e nuovi investitori, questi ultimi sempre più condizionati dal rating ESG nelle proprie scelte.

Come logica conseguenza di questo stato di cose, tutte le classifiche dei rischi aziendali elaborate negli ultimi anni vedono il “rischio reputazionale” nelle prime posizioni e questo fenomeno non poteva non attrarre l’interesse del mondo assicurativo, o almeno di quella parte di esso disponibile a fare qualcosa di diverso, ad essere innovativo, esplorando quell’area che una volta, qualificata come “rischio d’impresa”, rappresentava la soglia invalicabile di ogni attività di underwriting.

Il presupposto per l’intervento assicurativo è il verificarsi di un evento critico, che comporta una negativa esposizione mediatica (sui media tradizionali o sul web) con conseguente danno reputazionale.

Le formulazioni sono sostanzialmente due, una con un elenco chiuso di situazioni critiche (danni da prodotto, incidente sul lavoro, evento inquinante, evento cyber etc) ed una con una definizione generica, in sostanza gli schemi, named perils e all risks, tipici del settore assicurativo

Seguendo un trend affermatosi negli ultimi anni e particolarmente apprezzato dalle realtà aziendali medio-grandi, le soluzioni offerte dal mercato integrano, all’interno di un unico contratto, pur con qualche differenza, servizi di consulenza e protezione finanziaria rispondendo ai più moderni criteri di risk management che prevedono di intervenire sul rischio per migliorarlo e mitigarlo, trasferendone solo la quota residua, a vantaggio sia dell’assicurato che dell’assicuratore.

Il tutto si concretizza nel pagamento dei costi per una preventiva analisi del rischio, delle spese necessarie alla gestione della crisi, intesa come risposta professionale ed adeguata alla richiesta di informazioni (attraverso l’organizzazione di call center, piani di comunicazione sui media tradizionali e sui canali digitali), della perdita finanziaria riconducibile al danno reputazionale e convenzionalmente misurato con la perdita di profitto lordo/utile operativo netto.

Mentre nella fase di consulenza sono fondamentali i criteri di scelta dell’advisor, in quella di indennizzo del danno le maggiori criticità risiedono nella misurazione dello stesso: quasi tutte le polizze fanno riferimento al concetto di diminuzione dell’utile operativo, con un periodo di osservazione mediamente variabile tra 60/180 giorni dall’evento, ritenendo questo lasso di tempo sufficiente ad intercettare tutte le conseguenze negative direttamente imputabili ad una situazione di crisi.

A livello europeo, sono oggi meno di una decina i mercati pronti ad analizzare questo tipo di rischi, con politiche assuntive, appetiti e sensibilità variabili, anche se, come tratto generale, si riscontra una buona disponibilità ad esaminare bisogni e situazioni specifiche dei singoli clienti, consci della necessità di stabilire una fiducia reciproca ( la tanto citata partnership)per poter realizzare una protezione che si dimostri efficace a tutelare l’assicurato, da un lato ed a diffondere un nuovo strumento di risk management dall’altro.

Maurizio Arecco, Chief Broking Officer, Head of Specialties presso Willis Towers Watson

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Willis Towers Watson (NASDAQ: WLTW) è una società leader a livello globale nella consulenza, nel brokeraggio e nell’offerta di soluzioni alle imprese e alle istituzioni di tutto il mondo, al fine di trasformare i rischi in opportunità di crescita. Nata nel 1828, Willis Towers Watson oggi conta 45.000 dipendenti in oltre 140 paesi e mercati.

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