Insurtech, Della Vecchia (Accenture): “Ecco come sarà l’assicuratore del futuro”

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Insurtech, Della Vecchia (Accenture): “Ecco come sarà l’assicuratore del futuro”.

Non più un semplice “Insurer” bensì un “Everyday Insurer“. “L’assicuratore da semplice rivenditore di polizze” diventerà  “un vero e proprio fornitore di servizi aggregati a supporto di una customer experience evoluta e rilevante, e da mero pagatore di indennizzo in caso di sinistro” si trasformerà “in un partner della vita quotidiana”. E’ questo l’identikit dell’assicuratore del futuro tracciato da Amato Della Vecchia, Accenture Strategy Insurance Lead, in un’intervista concessa ad InsurZine.

Un futuro ancora a tinte fosche per gli assicuratori ma che ha già posto dei paletti ben precisi. La rivoluzione tecnologica è iniziata e sarà impossibile fermarla. “Però la si potrà accompagnare” spiega Della Vecchia. Ecco come.

Partiamo dai risultati dell’ultima ricerca di mercato di Accenture. “Financial Services Global Distribution & Marketing Consumer Survey”. Si dice che sarà l’insurtech a salvare le assicurazioni. Molti però pensano che l’insurtech e le nuove tecnologie toglieranno molti posti di lavoro nel settore delle assicurazioni. Dove sta la verità?

Gli investimenti in InsurTech sono più che raddoppiati dal 2014 ad oggi, passando da 870 milioni di euro del 2014 a 1,7 miliardi di euro nel 2016. Le stesse compagnie tradizionali (c.d. incumbent), guardano con estremo interesse a questo fenomeno (nel mondo il 14% ha già creato dei incubatori dedicati alle start-up e quasi il 20% ha dei fondi di venture capital con cui finanziare le start-up) e vedono aumentare la consapevolezza che il rischio di restare fermi è altissimo.  Recenti analisi stimano un rischio di perdita del risultato operativo del 30-40% entro il 2020 o addirittura l’estinzione per le realtà più deboli.

Dall’altra parte fenomeni di tale portata quasi inevitabilmente suscitano “timore” e portano a pensare che questa sia l’epoca in cui le macchine rubano i posti di lavoro. E’ anche vero però che analoghi timori si sono verificati nelle rivoluzioni industriali precedenti (si pensi alla diffusione dell’informatica di massa) con risultati finali e opportunità completamente diversi.

L’innovazione tecnologica più che come elemento che andrà a sostituire la forza lavoro tradizionale andrebbe considerata quindi come un “compagno” della necessaria evoluzione di quest’ultima.

La situazione del nostro paese, non sembra essere completamente timorosa e pessimista, almeno secondo un’indagine Accenture su oltre 10.000 lavoratori in dieci paesi (Harnessing Revolution – Creating the Future Workfroce), presentata all’ultimo World Economic Forum di Davos.

L’84% degli intervistati dice di essere ottimista circa agli impatti che le nuove tecnologie avranno sul loro modo di lavorare e 82% vede più opportunità che minacce derivanti dal processo di automazione.

Il punto dolente arriva invece quando si analizza l’offerta delle aziende rispetto alle istanze di adeguamento di skill e competenze reso necessario dall’evoluzione tecnologica. Il 98% dei nostri lavoratori concorda che nuovi skill sono necessari per rimanere ‘rilevanti’ nel futuro mondo del lavoro. Questa consapevolezza però si scontra con una percezione di non sufficienti investimenti, dichiarato da oltre il 63% degli intervistati

È fondamentale quindi l’intervento delle aziende nel fare leva sul potenziale umano e quindi sull’asset su cui l’automazione non può intervenire e dal quale invece può essere valorizzata attraverso forti programmi di reskilling, attrazione di nuovi talenti e di riprogettazione del modo di lavorare e di interagire con i dipendenti.

All’estero l’insurtech è ormai una solida realtà. Com’è la situazione in Italia? Siamo in ritardo o stiamo tenendo il passo di Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia?

Come spesso accade, a fare da apripista nell’innovazione è stato il mercato statunitense, che nel 2016 ha veicolato oltre l’80% degli investimenti globali InsurTech. Un primato guidato da casi di successo ormai noti come Trov per l’Instant Insurance, Beam Tecnologies nel Connected Wellness, o MetroMile nel Car Sharing.

Caratterizzata da una regolamentazione distante da modelli incentivanti come quelli anglosassoni, l’Italia viaggia ad un ritmo più contenuto (rappresenta meno del 2% degli investimenti InsurTech globali).

Il mercato è comunque caratterizzato da fermento ed interesse, che fanno ben sperare in ottica prospettica. Si può partire, innanzitutto, dai vincitori dell’ultima edizione della “Open-F@b Call4ideas” (il contest sponsorizzato da BNP Paribas Cardif in collaborazione con Polihub): Amyko, che ha sviluppato un wearable device in grado di archiviare tutte le informazioni medico-sanitarie dell’utente; SPIXII che ha ripensato l’esperienza di acquisto grazie all’utilizzo diffuso di chatbot nell’interazione con il cliente; D-Heart, che sempre in ambito Salute ha sviluppato infine un elettrocardiogramma da collegare direttamente allo smartphone.

A questi esempi si aggiungono altri casi assicurativi come Neosurance (che offre soluzioni “Instant” facendo leva sul mobile tramite proposizioni “push”), la padovana Floome (che ha sviluppato un etilometro da collegare direttamente allo smartphone ed ha ricevuto recentemente una partecipazione di AXA Strategic Ventures).

Il modello peer to peer applicato al settore assicurativo è esploso negli ultimi anni. Da Lemonade negli Stati Uniti a Friendsurance in Germania passando per InsPeer in Francia. Perché secondo lei questo modello sta avendo successo?

Questi nuovi modelli, che siano diffusi e ben consolidati come nel mercato statunitense, o sporadici e sperimentali come in Italia, sono senza dubbio promettenti per 3 ordini di ragioni:

  1. Rispondono al fenomeno sociale ed economico della c.d. Sharing Economy, che abilita nuovi stili di consumo (es. car sharing) e pertanto richiede soluzioni in linea con comportamenti che prediligono la “condivisione” piuttosto che l’“acquisto” – esempio è Friendsurance, che crea comunità di utenti che contribuiscono “in solido” al pagamento di un premio assicurativo
  2. Consentono la riduzione del rischio assicurativo e dei relativi costi, ribaltando sui componenti del gruppo la responsabilità di comportamenti virtuosi – in questo senso, la francese InsPeer, permette agli utenti di condividere il pagamento delle franchigie per i contratti auto, bicicletta e casa di ciascuno
  3. Migliorano l’immagine dell’Assicurazione agli occhi del cliente, ponendosi come partner della vita quotidiana del cliente, socialmente responsabile e portatore di un business etico nei confronti della comunità – Lemonade, ad esempio, devolve una parte dei premi raccolti e non utilizzati per il rimborso dei sinistri ad un ente di beneficienza nominato dalla comunità stessa

Nel nostro paese non mancano esempi sia di start-up come AXIEME, sia incumbent che si stanno muovendo secondo modelli di partnership che fanno leva su queste nuove abitudini dei clienti: Intesa Sanpaolo ha sviluppato una parternship con AirBnB per offrire soluzioni di casa connessa a chi sceglie di ospitare altre persone; Allianz  offre coperture assicurative “connesse” per lo scooter-sharing di Enijoy; AXA ha stipulato una partnership con BlaBlaCar per offrire una protezione Auto a chi mette a disposizione la propria auto.

Secondo lei quale sarà la tecnologia che più di tutte rivoluzionerà il settore assicurativo?

Indubbiamente le tecnologie che più di altre stanno impattando il settore assicurativo sono quelle che riguardano Analytics&BigData, Intelligenza Artificiale e Internet of Things (IoT).

Secondo Accenture, proprio in questi ambiti infatti si starebbero concentrando i casi più innovativi di start-up: 69 start-up sono oggi focalizzate su Analytics&BigData (+70% CAGR rispetto al 2014), 30 Intelligenza Artificiale (+83% CAGR rispetto al 2014), 6 su Internet of Things (+91% CAGR rispetto al 2014)

Grazie a queste innovazioni sarà infatti possibile ridefinire il modo tradizionale di fare assicurazione. Le compagnie possono infatti evolvere il proprio modello di business.

Un modello di business “connesso” (Connected Insurance) permette infatti di sviluppare nuove offerte che vanno “oltre” il prodotto assicurativo, estendendo la value proposition a servizi a valore e personalizzati rispetto esigenze del singolo cliente. Sono numerose oggi le assicurazioni che hanno già lanciato o stanno per lanciare, soprattutto nell’Auto, prodotti “connessi” che permettono, ad esempio, di generare un premio assicurativo in funzione dei km percorsi ogni anno (c.d. Pay as You Drive) o dello stile di guida (c.d. Pay How You Drive). Nelle versioni più evolute, questi prodotti permettono anche di dare consigli al cliente su come migliorare il comportamento in ottica di prevenzione (c.d. Manage How You Drive).

L’automazione intelligente (Intelligent Insurance) invece, supporta il cliente durante l’intero customer journey attraverso sistemi come chatbot o virtual assistant che interagiscono in tempo reale con il cliente, fornendo risposte immediate o assistendolo passo dopo passo nelle attività svolte in self-service. Caso recente di mercato è Linear, che ha lanciato una chatbot su Facebook proponendo preventivi Auto personalizzati direttamente in chat.

Quale sarà il ramo assicurativo che più beneficerà della rivoluzione digitale. E perché?

Questa rivoluzione tecnologica e le opportunità di rinnovare saranno complessive e abbracceranno non solo tutte le linee di prodotto, ma trasversalmente tutta catena del valore assicurativa.

Sicuramente il comparto Danni potrà beneficiare maggiormente di questa rivoluzione, anche in considerazione del fatto che ad oggi più del 60% delle start-up si stanno concentrando su questo comparto. La disponibilità, rispetto al Vita, di un maggior numero di touchpoint, momenti e canali di interazione con il cliente, nel Danni permetterebbero di superare l’ormai consolidata condizione di sotto-penetrazione assicurativa, consentendo alle compagnie di entrare nella vita quotidiana del cliente grazie ad una gamma di servizi “vicini” ai bisogni reali dei clienti.

L’opportunità in questo senso è enorme in quanto permette ai tradizionali “Insurer” di diventare “Everyday Insurer”, entrando in un percorso evolutivo che vede la trasformazione da “semplice” rivenditore di polizze a un vero e proprio fornitore di servizi aggregati a supporto di una customer experience evoluta e rilevante, e da mero pagatore di indennizzo in caso di sinistro a partner della vita quotidiana.

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Andrea Turco

Andrea Turco

Classe 1986. Laureato alla Cattolica di Milano in Linguaggi dei Media. Dopo alcune esperienze presso le redazioni di Radio Italia, Libero Quotidiano e OmniMilano nel 2012 approda a Termometro Politico e l’anno successivo a Smartweek. Nel mentre contribuisce alla realizzazione del magazine insurtech InsurZine. Dal 2016 fa parte dell'ufficio relazioni esterne del Gruppo Galgano.

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