Insurtech: la trasformazione digitale in ambito assicurativo che verrà

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Insurtech: la trasformazione digitale in ambito assicurativo che verrà

Come sapete mi occupo di intermediazione assicurativa e ho co-fondato il primo social business marketplace per intermediari nato in italia, convinto che fosse necessario dare una riposta digitale a chi non a parole ma con i fatti, rappresenta realmente l’ossatura fondamentale dell’industria assicurativa. Ho creato dopo anni di lavoro con i miei soci, una piattaforma per rendere operativa la legge 221 sulle collaborazioni tra intermediari; per chi non lo sapesse stiamo andando lentamente verso un mercato libero ed aperto. Accadrà anche questo, è solo questione di tempo.

Quando negli anni 80’ vidi i primi OCR per il riconoscimento caratteri e successivamente il primo dragon OCG speech to text e infine quando iniziai a chattare con il primo BOT su messenger, capiì che il futuro visto attraverso gli schermi televisivi e i libri di Urania, era alle porte e sapevo che avrebbe modificato il nostro stile di vita e le nostre attività lavorative senza battute di arresto.

Ero convinto che tutto ciò avrebbe migliorato le nostre vite grazie al fatto che ci avrebbe sollevato da gravose attività pedestri, di poco valore aggiunto e che ci avrebbe consentito di concentrare le nostre energie e formazione sulla qualità del servizio da rivolgere ai clienti. Immaginavo che il miracolo del codice binario messo a dimora su hardware sempre più veloci avrebbe creato nuovi programmi capaci farci vivere esperienze strabilianti.

Nasceva windows 3.11; il lavoro di centinaia di milioni di segretarie, professionisti e manager si stava semplificando; via le macchine da scrivere! Non immaginavo allora che ad un certo punto tutta la trasformazione digitale si sarebbe impadronita della società del lavoro e non soltanto. Mi tornano in mente le parole di mio cugino Gianluca Dettori all’epoca direttore generale di Lycos e oggi importante Venture Capital, quando mi propose negli anni 2000, tornato dagli Stati Uniti, di realizzare il primo comparatore di polizze RCA.

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Provate ad immaginare da assicuratori (non da clienti), cosa gli avreste risposto. Io gli dissi che secondo me per quanto l’idea fosse affascinante, non mi pareva possibile che le compagnie sarebbero state disposte a dare le loro tariffe per essere comparate e date in pasto ai clienti per saltare a pie pari il più importante anello della catena del valore nella distribuzione assicurativa; pensavo che l’idea della centralità dell’intermediario non potesse essere messa in discussione ma dimenticavo di ragionare da cliente. Fu un’occasione persa perché la mia mente per quanto innovatrice era orientata a pensare all’ottimizzazione del processo (informatizzazione) ma non a creare un’architettura disruptive della distribuzione. Molti accusano l’industria assicurativa di continuare a pensare primariamente a nuovi processi digitali che ottimizzano tempi e metodi. La proposta di Gianluca non per niente arrivava dagli USA dove allora si parlava di un gap culturale ed esperienziale di 10-15 rispetto all’Italia in tema di innovazione digitale. Forse oggi abbiamo migliorato di qualche anno ma siamo praticamente followers del cambiamento.

Oggi assistiamo ad una incontenibile ed incontrollata corsa all’innovazione tecnologica e digitale che sta investendo tutti i distretti del mondo del lavoro e della nostra vita privata.

A dirla tutta oggi come ieri non sono poi così ottimista che questo tsunami digitale farà stare tutti meglio. La questione non è fermare il progresso ma armonizzarlo con l’evoluzione culturale e delle professioni, prima che vengano soppiantate a ritmi impressionanti. Non per niente si parla di reddito sociale mondiale per fare fronte a miliardi di persone che non si sa quando, diverranno marginalizzate fino al momento in cui in un punto di equilibrio tra due o tre generazioni,  tutti i cittadini del mondo nati e cresciuti avranno ricevuto formazione scolastica, educazione e abilitazione all’utilizzo di tecnologie fin dai primi anni di vita e saranno pienamente integrati nella società della robotica e degli algoritmi cognitivi.

Nella terra di mezzo ci siamo anche noi “assicuratori”, anzi <distributori>, così ci chiamiamo nella nuova direttiva europea.

Quando leggerete la traduzione del testo che segue (tratta da un articolo pubblicato su Bloomberg) capirete che si tratta di uno dei segnali più tangibili di ciò che accadrà anche nel settore assicurativo e quindi anche distribuzione. Il rapporto compagnie-intermediari cambierà in modo sempre più incisivo, il rapporto compagnie-cliente e compagnie-intermediari-clienti sarà sempre più ridisegnato in funzione dei processi di digitalizzazione.

Prima di lasciarvi alla lettura del prossimo paragrafo voglio dirvi un’ultima cosa amici intermediari; guardatevi dalla pigrizia e dalla supponenza, siate curiosi e aperti al cambiamento, sperimentate e siate proattivi. Se non innovate il vostro approccio anche attraverso forze giovani (generazione x,y), subirete ingenti perdite e se i vostri clienti saranno più digitali di voi, sarete dimenticati.

Ma non vi preoccupate, il mercato italiano è caratterizzato da un forte attaccamento al valore della relazione professionale ed i vostri clienti vi seguiranno ovunque se saprete essere digitali mantenendo al centro il valore della consulenza e dell’assistenza post-vendita. E ora rilassatevi, razionalizzate, immaginate e preparatevi ad affilare le migliori armi di “seduzione di massa”…..

Automatizzazione dei processi, il caso JPMorgan

Alla JPMorgan Chase & Co, una macchina di apprendimento analizza gli accordi finanziari. Un lavoro che prima impegnava team di legali per migliaia di ore.

Il programma, chiamato COIN (acronimo di Contract Intelligence), effettua un lavoro noiosissimo che consiste nell’interpretare gli accordi commerciali che un tempo (ovvero fino al giugno dell’anno scorso quando poi è stato implementato COIN), occupavano per 360.000 ore all’anno avvocati e uffici legali. Il presente software invece recensisce i documenti in pochi secondi, non fa quasi mai errori e soprattutto non ha bisogno di vacanze.

L’innovazione implementata da JPMorgan nasce dalla necessità di non perdere clienti a causa della forte concorrenza delle startup fintech che fanno un gran uso della tecnologia. COIN arriva dopo importanti investimenti nell’apprendimento automatico e in una nuova rete cloud privata. La banca di investimenti più grande degli Stati Uniti recentemente ha istituito hub tecnologici di cui fanno parte team specializzati in big data, robotics, e infrastrutture cloud. Tutto questo per cercare nuove fonti di reddito, riducendo allo stesso tempo spese e rischi.

La spinta per automatizzare task banali e creare nuovi strumenti per banchieri e clienti è uno degli obiettivi principali indicati da JPMorgan.

A supervisionare la strategia di digitalizzazione sono il Direttore Generale Matt Zames e il CIO Dana Deasy (ex BP Plc). Ed è proprio quest’ultima a raccontare quanto gli ha detto Zames una volta arrivata a JPMorgan. “Matt mi ha detto: Dobbiamo assolutamente diventare il leader della tecnologia attraverso i servizi finanziari”.

Per troppo tempo infatti nella banca con sede a New York sono stati implementati software ridondanti che non riuscivano a lavorare insieme. La paura di molti banchieri, fa sapere una survey condotta tra alcuni dirigenti di banca, è che se JPMorgan non aggredisce ed investe fortemente nella tecnologia rischia di vedere il suo dominio sul mercato a rischio.

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Come tutto è iniziato

Dopo aver visitato diverse aziende, tra cui Apple e Facebook, per capire come lavorano i loro sviluppatori, tre anni fa la banca ha deciso di creare una propria rete cloud computing chiamata Gaia che è andata online lo scorso anno. Sia la machine learning che i big data risiedono in questa piattaforma privata che supporta e sopporta la potenza delle loro elaborazioni. Il sistema sta già aiutando la banca ad automatizzare alcune attività di codifica. In più sta rendendo i suoi 20.000 sviluppatori più produttivi. Il tutto risparmiando denaro. Se necessario, ha spiegato Zames, l’azienda può affidarsi a servizi cloud esterni, da Amazon, a Microsoft passando per International Business Machine Corp.

JPMorgan ha fatto sapere che la sua tecnologia cloud sarà a disposizione dei clienti istituzionali entro la fine dell’anno, consentendo ad imprese come BlackRock di accedere a bilanci, saldi, ricerca e strumenti di trading. Il servizio, che permette ai clienti di bypassare venditori e personale di supporto per informazioni di routing, è simile a quello adottato da Goldman Sachs nel 2015.

Quest’anno il budgtet destinato da JPMorgan agli investimenti in tecnologia ammontano al 9 per cento delle entrate. Un’enormità. Basti pensare che gli investimenti medi in tecnologia nel settore bancario ammontano a meno della metà (dati Morgan Stanley). La decisione di investire grandi quantità di denaro in strumenti tecnologici è arrivata dopo l’attacco informatico subito da JP nel 2014, che ha svelato le informazioni di 83 milioni di clienti della banca.

“Abbiamo investito molto in tecnologia e marketing e stiamo avendo forti ritorni in termini economici” ha affermato la banca rivelando che negli ultimi due anni la spesa in tecnologia ha raggiunto 1 miliardo di dollari.

Un terzo del bilancio della società è invece per le nuove iniziative, cifra che Zames vuole portare al 40% in pochi anni. Zames è convinto che i risparmi derivati dall’automazione permetteranno all’azienda di investire più soldi in nuove innovazioni.

“Vogliamo continuare ad investire anche se parte di quel denaro andrà ad un prodotto o ad un servizio che non era necessario” ha affermato Marianne Lake, lender’s finance chief. “Non vediamo l’ora dei risultati finali anche perché il mercato cambia velocemente”.

Per quanto riguarda COIN, il programma, fa sapere JP, ha contribuito a ridurre gli errori contenuti negli accordi di prestiti. La maggior parte derivava da errori umani nell’interpretazione di 12.000 nuovi contratti all’ingrosso ogni anno.

JPMorgan ha fatto sapere che intende utilizzare COIN per altri tipi di documenti legali più completti come i credit default swaps o gli accordi di custodia.

Ma non c’è solo COIN tra i programmi di punta di JP. Un altro programma, chiamato X-Connect, è stato lanciato dalla banca questo gennaio e aiuta i dipendenti, attraverso la lettura delle mail, a trovare colleghi che hanno rapporti più stretti con alcuni clienti in modo tale da poterli introdurre più facilmente.

Non solo COIN anche BOT

Oltre a COIN, la banca ha creato dei bot per eseguire attività semplici come concedere l’accesso ai sistemi software o rispondere alle richieste di IT (ad esempio la reimpostazione della password di un dipendente). Attività semplici ma numerose. Basti pensare che nell’anno appena passato ci sono state 1,7 milioni di richieste di questo genere. Tutte risolte dai bot. Un lavoro che avrebbe richiesto l’impiego di 140 persone in un’azienda pre digitale.

Sono in molti a pensare che queste tecnologie in futuro potranno far perdere il lavoro a migliaia di lavoratori di Wall Street. Ma c’è anche chi pensa che queste innovazioni possano portare anche dei benefici. In un sondaggio condotto da Options Group (azienda che si occupa di risorse umane), la maggioranza dei professionisti finanziari ha affermato che si aspetta un miglioramento della propria carriera professionale con l’implementazione di nuove tecnologie.

Tutte le operazioni di back office verranno automatizzate” ha detto Deasy. “Le persone dicono che questo fatto aumenterà la disoccupazione. In realtà io la vedo diversamente. Le persone vengono liberate da lavori di routine e vengono indirizzate a lavorare su cose di maggior valore per l’azienda”.

Per mantenere il contatto con l’innovazione, l’azienda ha messo sotto controllo 2.000 imprese di tecnologia e ha avviato circa 100 programmi pilota con alcune di esse che alla fine potrebbero entrare a far parte dell’ecosistema di JPMorgan.

Il software di apprendimento automatico della banca è stato infatti realizzato insieme a Cloudera, una software house che JP ha incontrato nel 2009.

“Finalmente stiamo cominciando a vedere i frutti del nostro lavoro” ha concluso Zames.

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Carlo Francesco Dettori
Classe 1964. Imprenditore e Broker con esperienza trentennale nel settore delle assicurazioni, dal 1998 è presidente di JMorgan Brokers, società di brokeraggio assicurativo. Ha iniziato a svolgere la professione come agente monomandatario alla Minerva Assicurazioni. E’ stato fondatore e presidente delle seguenti società: Minerva Insurance Brokers, Consorzio Triform per la formazione, Morgan & Ashley formazione e consulenza, Charles & Willis real estate investments, AGM Consulting Group Agenzia plurimandataria, Consorzio Sintesa. Nel 2000 cofonda la Display SPA, internet company che lancia il primo sito di shopping italiano costameno.it. La sua ultima idea imprenditoriale vede la luce nel 2013: si tratta di Insurance-Arena.COM®, il 1° Social Business Marketplace per intermediari assicurativi. Infine InsurZine.COM 1° magazine Insurtech italiano

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