Rivoluzioni insurtech/fintech

insurtech, fintech

Rivoluzioni insurtech/fintech.

Il Professor Giuseppe G. Santorsola, per il sottoscritto, è stata una conoscenza fortuita e serendipitosa, che mi ha dato negli ultimi anni l’occasione di poter discutere e confrontarmi a 360 gradi con un testimone privilegiato del mondo accademico ,con alle spalle una lunghissima esperienza e conoscenza del mondo finanziario italiano, sia in funzione retrospettiva che prospettiva in quanto, più e più volte, soprattutto in questo anno di crisi il prof. ha “dato la birra” ai giovani e diversamente giovani come me, nel aver saputo  fiutare per primo le novità ed i segnali di cambiamento non solo nel settore finanziario ed assicurativo italiano, ma in generale nel contesto economico.

Questa intervista vuole essere nei propositi proprio una continuazione “in dad” dei nostri incontri informali che si sono tenuti, fin quando possibile, presso un bel bistrot innovativo in zona Fiera a Milano.

Salto quantico, rivoluzione copernicana, mutazione genetica, disruption. Si sprecano i tentativi di descrivere l’innovazione tecnologica che da qualche anno sta attraversando il mondo della finanza,  che si è sempre pensato come custode della tradizione e descritto come statico e rigido. Può aiutarci a capire?

Si tratta indubbiamente di una rivoluzione, ma dobbiamo considerare che essa è annunciata; ricordo il primo convegno in Italia sul tema, in pieno scetticismo di molti, il 28 ottobre 2015. Alcuni relatori davano per scontato il successo del fintech. Le assicurazioni, come di consueto, si sono mosse successivamente.

Gruppi finanziari tradizionali e nuovi players come i GAFA, e non solo . La finanza rischia di diventare  un sottosistema dell’industria digitale? Siamo di fronte ad cambiamento di tecnostruttura e di gerarchie nell’ecosistema economico-finanziario?

L’uso dell’acronimo dipende dal numero di nuovi competitors che vengono considerati ex-rivoluzionari ormai inseriti nel contesto, o “game”, come lo ha acutamente ribattezzato Alessandro Baricco. Microsoft, Intel, Amazon, Facebook, Apple e Google sono ormai attori primari cui tutti si rivolgono. Le quotazioni e la capitalizzazione delle relative azioni dominano il mercato. Il fatto nuovo degli anni ’20 è tuttavia la rapida crescita di nuovi protagonisti che conquistano rapidamente le posizioni dominanti anche nelle negoziazioni dei mercati finanziari. La distribuzione del capitale di rischio continuerà a cambiare. Inoltre, le stesse banche tradizionali e quelle del corporate ed investment banking privilegiano questo tipo di società nella loro politica del credito. Per un’impresa più tradizionale è difficile reperire capitale di debito e di rischio. Se osserviamo il mondo del private equity, del private debt e del venture capital, si assiste all’accantonamento delle loro domande di finanziamento. C’è una spinta per il rapido cambiamento degli attori  tradizionali dell’economia, ma anche il rischio di creare difficoltà per il fabbisogno finanziario di gran parte delle imprese che non adeguano le proprie strategie. La pandemia ha accelerato questo scenario e mi preoccupa la condizione in cui si troveranno molti nella fase di ripresa quando verranno abbandonati o relegati dagli intermediari finanziari.

Sistemi di Pagamento: nel 1988 la Banca D’Italia pubblica il primo importante studio analitico sui sistemi di pagamento (Libro Bianco). Quanta strada è stata fatta? Sarebbe utile oggi riscrivere la tassonomia dei sistemi di pagamento per capire in che direzione e con che velocità viaggia l’innovazione?

Quel libro bianco è ormai un libro di storia anche se molti lettori operanti nel settore lo considerarono troppo avanzato per l’epoca (e lo era). Oggi il sistema dei pagamenti è del tutto mutato e i prossimi anni disegneranno un nuovo scenario, ma non è ancora il disegno definitivo. Chiave di volta è stato il 2010 quando le banche centrali hanno potuto disciplinare il segmento degli Istituti di Pagamento e di quelli di Moneta Elettronica. Fra qualche anno questi intercetteranno la quota prevalente degli scambi, saranno intessute alleanze indispensabili fra banche e nuovi attori e questo costringerà i numerosi operatori oggi in crescita a scegliere soluzioni per non trovarsi ai margini. Per contro le banche in grado di selezionare le alleanze migliori ritroveranno (o manterranno) il loro ruolo. La moneta resterà ancora rilevante. Assegni e ogni strumento cartaceo resteranno ai margini. Il mondo delle carte di debito e credito incorporerà le innovazioni vincenti e questi strumenti conterranno informazioni, date e capacità di processo, diventando virtuali. Le banche centrali hanno colto questa innovazione e agiscono per disciplinare i nuovi attori, criptovalute comprese che, nella versione peer-to-peer, saranno concepite come asset per investimenti, se le Banche Centrali sposeranno, come sembra, il concetto della blockchain come strumento di controllo e gestione della moneta digitale.

Guardando all’ecosistema italiano, ritiene che l’innovazione tecnologica sia stata più disruptive nei confronti della finanza o dell’industria assicurativa? La tecnologia e l’innovazione stanno portando il sistema bancario e finanziario a fondersi con quello assicurativo? Cosa intende per Resilienza Digitale e più in generale, come stabilizzerebbe l’ecosistema italiano del fintech-insurtech e con quale governance? Come concepisce l’implementazione del DORA e del DFP?

Fino ad ora, è stata la finanza ad orientare, almeno parzialmente e sino ad oggi, lo sviluppo della digitalizzazione, in quanto il settore finanziario è cliente importante del digitale. Inoltre, cronologicamente, si è sviluppato prima il fintech dell’insurtech, ma questo, avendo molte più applicazioni potenziali rispetto alle poche della finanza, alla fine si svilupperà di più. In tema di sistema monetario, sarà necessario un nuovo ordine (ora non è il momento perché manca la strategia che guidò l’accordo di Bretton Woods nel 1944). In merito al power play fra fintech e insurtech, il primo tempo è certamente a favore del primo, ma il tecnicismo assicurativo è certamente area ideale per la trasformazione tecnologica; il credito richiede valutazione del merito con ampio ricorso alla statistica, l’assicurazione razionalizza ed assorbe un rischio con maggiore utilizzo della matematica. Con riferimento all’integrazione dei due settori, essa è ormai tradizione e non innovazione. Resta necessario tuttavia mantenere nel bouquet dell’offerta anche i prodotti tradizionali. In tal senso i soggetti giuridici potrebbero restare separati, ma le holding di controllo svilupperanno importanti presenze in entrambi i segmenti, in contrasto con la situazione attuale di entrambi. Infine, per DORA e DFP, le proposte legislative sono un passo importante. La proposta sulla Resilienza digitale (Dora) e il Digital Financial Package, insieme ad un adeguato quadro di supervisione rivisto potranno affrontare rischi e minacce maggiori posti dai nuovi prodotti e dai nuovi attori. L’introduzione di nuovi prodotti potenzialmente sistemici prima del completamento di queste iniziative di regolamentazione e supervisione potrebbe, invece, mettere a rischio l’integrità del sistema di pagamenti europeo. Al momento inoltre, sono deboli i player europei, mentre dominano quelli statunitensi e cinesi: una condizione di debolezza da fronteggiare con urgenza, ma il ritardo è già grave. In conclusione, non conosciamo ancora il quadro futuro perché i risultati non sono acquisiti: flight or flancy cosa si realizzerà in concreto?

Tre anni fa lei ha salutato con ottimismo l’introduzione della IDD (insurance distribution directive) che oltre a ridare peso e centralità al rapporto con il cliente finale come focus dell’industria assicurativa, poneva l’accento sull’introduzione della digitalizzazione come strumento indispensabile ed affidabile per migliorare i rapporti tra intermediario e cliente. E’ una opportunità  che secondo lei l’industria assicurativa sta sfruttando a pieno?

L’IDD è la MiFID del mondo assicurativo, peraltro regola polizze nella loro versione più ampia; dovrà necessariamente separarsi dalla MiFID per intercettare il ruolo della polizza che copre il rischio e consentire, per contro, alle compagnie di mantenere un ruolo utile al settore nella combinazione banca-assicurazione. Al momento poche compagnie sono attori forti (Generali e Allianz nella UE); altre non appaiono in condizione di rovesciare il loro modello di business, ma potranno cambiare il mondo assicurativo generando innovazioni rispetto ai prodotti tradizionali. Seguirei con attenzione il segmento delle PPLI (Private placement life insurance), oggi dedicate al mondo HNWI (High net worth individual) e UHNWI (Ultra high-net-worth individual )perché interpretano l’esigenza di personalizzare sul cliente il prodotto. Bisogna generare economie di scala per colpire la clientela meno elevata focalizzandosi sul cliente e sulla coerenza fra produzione e commercializzazione. L’impianto IDD agisce in tal senso, ma ritengo probabile nel decennio una IDD2 che completi il percorso. Temo per la quota di  mercato degli agenti, confido nel ruolo dei broker, ma la competizione di banche e reti distributive finanziarie ha rivoluzionato le quote di mercato anche delle compagnie, non solo dell’apparato distributivo. Gli agenti offrono un servizio molto utile, ma devono reinterpretare il modello di business accentuando il ruolo imprenditoriale (con i rischi conseguenti); sono protetti dalla legislazione attuale, ma ritengo probabile una pressione per il relativo mutamento normativo.

Effetto Draghi. Quali e quanti cambiamenti prevede a medio e lungo termine nel settore finanziario? E’ d’accordo con quanto afferma Paolo Mieli che nei prossimi due anni assisteremo ad una concentrazione di cambiamento ed innovazione come  non se ne è vista negli ultimi 20 o è più d’accordo con Marco Lo Conte che sostiene, sulla base di una consistente evidenza empirica, che i risparmiatori italiani resteranno statici e conservatori? A livello di clienti, prevarrà la paura e la conservazione o l’anelito verso il nuovo?

L’effetto Draghi è il ritorno della competenza e della visione strategica dopo una stagione di abbandono; ostacolarla significa ritardare l’adeguamento al nuovo scenario. L’attenzione verso cambiamento e innovazione è altissima, ma la resistenza lo è altrettanto basandosi sulla “resilienza al cambiamento” che appare solo nominalmente un ossimoro. Il risparmiatore è parcheggiato nella liquidità in attesa di capire come muoversi e temendo nel breve periodo di dover gestire le difficoltà che lo attendono come lavoratore (in tutte le forme), come futuro pensionato e come consumatore preoccupato nel complesso della stabilità del proprio reddito. L’offerta di soluzioni deve essere il compito degli intermediari per gestire la preoccupazione verso il futuro e la bassa conoscenza/cultura di molti nei confronti della citata innovazione. Tuttavia, l’adattamento del risparmiatore è rapido se intravede prodotti e servizi idonei. Questo ultimo anno ne è la dimostrazione. L’effetto della pandemia sarà lo stimolo per contrastare la pigrizia verso il cambiamento: un fenomeno tipico delle crisi.

Che legami ci sono e ci saranno, nel medio termine tra innovazione tecno-finanziaria ed i 17 goals dello sviluppo sostenibile? Come canalizzare l’innovazione tecno-finanziaria nelle guidelines dello sviluppo sostenibile?

L’attenzione verso la SRI ed i criteri ESG è oggi centrale dal lato dei produttori di beni e servizi, è inoltre accolto dai consumatori e genera profitti nei relativi scambi. Le imprese con risultati migliori sono quelle che hanno assunto questa tendenza al cambiamento. Ovviamente temo il greenwashing e il socialwashing e cioè l’effetto moda senza sostanza. Ciò neutralizzerebbe l’effetto positivo. Posso scommettere su qualche ritardo nel conseguimento degli obiettivi; alcuni dei 17 sono troppo sfidanti, ma il cammino è intrapreso. Se Porsche Cayenne, Hummer e Ferrari sono disponibili in versione elettrica, ciò è un segno del cammino intrapreso. Gli indici di Borsa contengono già nella loro composizione le aziende attive in tale percorso. Nessuna azienda presente nei primi anni ’90 nel DJIA lo è ancora oggi, salvo chi è mutata modificandosi radicalmente. Minerari, metallurgici, siderurgici e petroliferi non sono più aziende leader, sono lenti nel produrre cassa e non interessano più gli investitori istituzionali. Resta in molti casi il problema di gestire le conseguenze che derivano: lavoratori in difficoltà, stabilimenti abbandonati e debiti da risolvere. Un tema che non può essere tralasciato.

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Stefano Marotta

Laurea in Bocconi sui modelli alternativi di innovazione tecnologica. Negli anni '90 al Settore Innovazione del CENSIS (Roma) e poi a databank consulting di Milano, con ricerche sulle tlc avanzate e sulla multimedialità. Dal 1995 a tuttora intermediario assicurativo con propensione agli studi innovativi e sul welfare privato. Uno dei primi assicuratori in Italia a seguire realtà operanti nel digitale

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